Orsigna

Ad ognuno la sua Orsigna

sabato scorso sono stata a Orsigna con tutta la famiglia. Un luogo magico, che ti fa sentire a casa e ti lascia la voglia di tornare. un luogo ancora di alberi e spiriti eterni.^_^

Se avete letto, o anche solo sentito parlare di Tiziano Terzani, sapete dare un significato in più a questo paesino sull’Appenino pistoiese. Orsigna è il luogo scelto da Tiziano Terzani per il suo ritiro e la sua fine, che a suo avviso è stato anche il suo inizio, parafrasando il libro e l’omonimo film La fine è il mio inizio.

« Ormai mi incuriosisce di più morire. Mi dispiace solo che non potrò scriverne. » 

(Tiziano Terzani, Anam il senzanome. L’ultima intervista a Tiziano Terzani)

orsignaNoi avevamo lì degli amici in vacanza e abbiamo colto l’occasione per fuggire il caldo di fine agosto. Abbiamo pranzato al Mulino di Berto dopo aver passato un po’ di tempo a giocare nel fiume con le bambine. Ottimo il pranzo, consigliato vivamente, bella e comoda la mini-passeggiata che scende al fiume con il mulino, le macine e il ponte di legno eseguito dai disegni di Leonardo, e per noi famiglia vitruviana non poteva certo mancare un saluto al Genio.

Nel pomeriggio abbiamo portato il nostro saluto al grande Tiziano facendo visita all’albero con gli occhi.

orsigna_soniasquilloni_2È una breve passeggiata nel bosco, che parte da un ampio parcheggio e passa davanti a delle abitazioni. Venti minuti al massimo a passo di bambina pigra. Come passando da una porta nella vegetazione entri in un ampio ma raccolto spazio in piano che si apre sulla valle di Orsigna. Al centro, prima che la terra scivoli via verso valle, un grande albero di ciliegio. Sull’albero almeno 5 occhi di vetro, allungati, all’orientale, e alcune bandierine, biglietti e lacci attaccati. Davanti decine e decine di ometti di pietra, pile ordinate di pietre piatta che tracciano tanti sentieri, magari meno tangibili di quelli nel bosco.

Un luogo magico, che è piaciuto molto alle bambine, tanto che abbiamo dovuto inventarci uno gnomo nel bosco per portarle via. Lo so, scusa ignobile, mea culpa!

orsigna_soniasquilloniAndateci, è un luogo accogliente. È un luogo dove la spiritualità non è una immobilità rigidamente ingessata e scomoda, un rosario da sgranare o una litania che ti secca la lingua. È un luogo dove sei avvolto da una sensazione di semplicità, da una luce calda che disegna tutto con pochi schietti tratti. Senza menzogna, la cruda verità di un luogo di montagna, dove ancora è la natura che governa e decide i tuoi tempi, quelli più consoni a godere del sole, del vento e del cielo limpido.

Al ritorno a casa, quella stessa sera ho raccontato alla mia quattrenne-e-mezzo la storia del mitico Terzani. Quello che tutti ammiriamo, ma in fin dei conti quello da cui lui stesso rifuggiva ritirato a Orsigna.

Alla bambina ho raccontato quello che ricordavo di aver letto su di lui, delle sue modeste origini, dell’amore per la moglie, dei viaggi – dell’indovino! – e poi dell’albero per suo nipote, della sua morte felice. E con la genuinità e il candore che è solo dei bambini, la piccola mi ha detto che da grande anche lei voleva fare la giornalista ma senza andare in posti pericolosi, ma viaggiando nei posti sicuri e belli, come Orsigna, dove si era sentita a casa e si era divertita.

orsigna_soniasquilloni_1Lo so, è una frase come tante detta da una bambina prima di dormire. Ma come sempre, i piccini, ci offrono spunti da cui noi possiamo cogliere grandi lezioni se solo ci fermiamo ad ascoltarli. Sempre se siamo capaci di cogliere al volo le loro fugaci riflessioni. Forse dobbiamo correre una vita per poter tornare al punto di partenza ed essere felici. Forse possiamo anche fermarci un pochino prima e godere di quello che abbiamo.

A Orsigna ci tornerò, non fosse per quell’aria fresca e stimolante, per quegli occhi che ti sanno far guardare dentro.

 

Vedi noi pensiamo sempre che gli alberi sono cose che si possono tagliare, che si può far legna,
allora a questo ho messo gli occhi. Sono occhi indiani, perché li mettono sulle pietre, perché se Dio è dovunque,
per renderlo visibile a una mente semplice bisogna che che abbia degli occhi, che sia come un umano.

Allora ho portato dall’India questi occhi e li ho messi a quest’albero, e li ho messi per mio nipote, così che gli potevo spiegare che quest’albero ha vita, ha gli occhi come noi, e non è che lo si può tagliare così impunemente,
che lui ha una sua logica di essere qui, che tutto ha diritto a vivere, anche quest’albero, e se proprio un giorno andrà tagliato
perché, cade sulla casa o qualcosa, allora bisognerà almeno parlargli, chiedergli scusa.

Tiziano Terzani
videointervista di Mario Zanot
“Anam, il senza nome”

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